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12/07/11

il Polipo intervista Enrico Bellavia: un'intervista sul giornalismo

Dopo l'intervista sulla situazione del giornalismo in Pakistan al giornalista investigativo Pakistano Malik Ayub Kahn Sumbal, il Polipo torna a chiedere del giornalismo ma questa volta di quello italiano, al giornalista di "Repubblica" Enrico Bellavia autore del libro "UN UOMO D'ONORE".


Enrico Bellavia
Quando è nata la sua voglia di diventare giornalista?


È nata a scuola, grazie ad un insegnante delle medie che mi insegnò a leggere i giornali.
Qual è secondo lei, la situazione della libertà di stampa in Italia?
Non è ottimale, questo è ovvio. La concentrazione dei mezzi nelle mani di un oligopolio, che nel caso della tv è un monopolio, di fatto, rende asfissiante il clima. Detto questo, credo che il giornalismo italiano soffra molto di autocensura. E questo riguarda il modo di intendere il mestiere e la funzione del giornalismo. La rete ci insegna che c’è una richiesta spasmodica di informazione. Ossia, di una lettura organica dei fatti e non di un’accozzaglia di notizie che non generano informazione. 
Quanta influenza hanno secondo lei i mezzi di informazione in Italia? Pensa che possano aiutare a creare consensi?
Credo proprio di sì. La tv è uno strumento formidabile per la creazione del consenso. Immaginare che sia un meccanismo automatico è molto riduttivo. La tv propone un modello di società all’interno del quale il consenso non può che orientarsi in una direzione predeterminata.
Secondo lei, qual è oggi la distanza tra i giornali nazionali e quelli locali?
I giornali nazionali obbediscono al tentativo, non sempre riuscito, di governare la massa di notizie per offrire una chiave di interpretazione della realtà. I giornali locali, provano ad esercitare la stessa funzione ma con un valore aggiunto di pura informazione di servizio che è il sale del quotidiano.
Qual è la prospettiva migliore  per un ragazzo che vuole entrare nel mondo del giornalismo? Quella italiana o quella estera? Perché?
L’ingresso nel mondo del lavoro è oltremodo difficile in Italia. Finché rimarrà in piedi un sistema misto fatto di scuole e di apprendistato a bottega sarà difficile regolamentare gli accessi e rendere effettivo il sistema di formazione che si è preteso di imporre con la nascita delle scuole. Ben venga la formazione universitaria, a patto che si abbia un’effettiva conoscenza delle dinamiche del mercato del lavoro, altrimenti si creano fabbriche di illusioni. E le scuole devono davvero essere modelli di eccellenza, luoghi nei quali si costruiscono professionalità robuste anche sul piano etico. La formazione va affinata e completata con esperienze all’estero ma, come dimostra, anche il mondo anglosassone, non ci sono santuari immuni dalle storture del sistema. 
Qual è oggi secondo lei il ruolo del giornalismo italiano? Rappresenta un “megafono” dei fatti che accadono o è il teatro dei fatti stessi?
È, o dovrebbe essere, il luogo fisico in cui i fatti accaduti diventano notizie di interesse generale e perciò arricchire il bagaglio di conoscenze degli utenti o dei fruitori. Ma questo non basta. Un giornale, a prescindere dal mezzo utilizzato, non è una somma di notizie, ma una chiave per leggere la realtà che ci circonda.
Avendo avviato oltre a “il Polipo” anche il blog  in inglese, scambio spesso articoli o qualche chiacchiera con ragazzi di altre nazionalità, sopratutto con ragazzi che studiano giornalismo in Inghilterra. Quello che mi é parso é questo: generalmente gli italiani dando la notizia, si soffermano molto su tutto quello che gira attorno a quel determinato fatto tralasciando in parte il "cuore" della notizia; gli  stranieri invece,generalmente prendono molto più in considerazione il determinato fatto e soprattutto le responsabilità pubbliche ( il giornalismo straniero ad esempio dopo il terremoto del 6 Aprile 2009 dell’aquilano, ha posto la sua attenzione su luoghi come l’ospedale e la prefettura crollati e che non sarebbero dovuti crollare perché luoghi strategici). Lei cosa ne pensa?
Il giornalismo fuori dai confini nazionali ha una dimensione pragmatica. Si pone domande semplici e pretende risposte chiare. Il nostro giornalismo è ostaggio spesso di un certo minuetto della politica e si lascia abbindolare dal bla bla del politichese. 
Il sisma del 6 Aprile 2009 dell’Aquila ha portato alla luce un panorama su cui si sono posizionate più verità da parte dei mezzi d’informazione e altri. Secondo la sua esperienza professionale c è oggi in Italia una caccia al nemico, una contrapposizione di verità ,che fa fuggire le persone dalle proprie responsabilità?
Al contrario, credo che non ci sia una contrapposizione netta tra il dovere del giornalismo di smascherare le malefatte del potere e il potere stesso con le sue malefatte.
Qual è secondo lei, la verità che più piace agli italiani: quella giornalistica,istituzionale o processuale?
La verità processuale, purtroppo, è diventata l’unica verità spesso raggiunta in questo Paese. Il che legittima la deresponsabilizzazione della politica. Che si impicca a codici e sentenze, incapace di elaborare un proprio schema di valori alti sui quali costruire giudizi politici netti, a prescindere dal risultato dei processi.
Come descriverebbe la situazione della legalità in Italia ad un ragazzo straniero?
Un conflitto di interessi permanente e pervadente.
Qual è oggi la situazione delle “quote rosa” nel giornalismo? Secondo lei le donne vengono valorizzate abbastanza nell’ambito del giornalismo d’inchiesta?
Le donne sono penalizzate ovunque. Anche nel giornalismo. È oggettivamente molto più difficile per una donna affrancarsi dal pregiudizio che la relega in settori meno di frontiera. Inutile dire però che le migliori pagine di giornalismo in questo Paese sono state scritte da donne. Che hanno pagato anche prezzi altissimi, fino alla morte.
Quali consigli si sente di dare ad un ragazzo per la scrittura di un buon articolo? Quali sono le fasi che deve affrontare per la sua stesura?
Posso dire quello che provo a fare io, senza avere la pretesa di dare alcun consiglio. Mai pensare a chi ti ha dato le notizie e al potente di turno che ti leggerà.  Pensare sempre a un lettore tipo con il quale fare i conti in termini di chiarezza e di onestà.
Quale deve essere secondo lei lo scopo di un giornalista quando scrive un articolo?
Lo scopo è quello di informare, se è il caso di denunciare. Avendo sempre ben chiaro che quello che maneggiamo sono carne e sangue delle persone e non oggetti dei quali occuparsi.
Domanda da una ragazza londinese, studentessa di giornalismo a Londra: Secondo lei i media italiani hanno fatto abbastanza per esporre gli abusi di potere del governo Berlusconi?
I media no. Alcuni giornali sì e alcune trasmissioni televisive sì.
Cosa pensa del giornalino/blog il Polipo?
Penso che sia uno strumento aperto, curioso e a tratti irriverente. Come dovrebbe essere un giornale.
Che cosa ha imparato dal suo lavoro?
Che non si smette di imparare.

RINGRAZIO PER LA DISPONIBILITA' ENRICO BELLAVIA E ROBERTA RUSCICA.

                                                                                                                                                                                               lorenzo p.
                                                                                                                                                                      lorenzo.petrilli@libero.it

Un articolo di Enrico Bellavia: per altri articoli clicca qui.


Articolo Enrico Bellavia

14/06/11

Giornalismo investigativo...intervista dal Pakistan


Torna "sulla cresta dell'onda, Intervista.


Uno degli esempi che descrive bene come l’investigazione non sia solo quella criminale ma si inserisca anche in altri ambiti, è il giornalismo investigativo. La nascita del giornalismo investigativo viene fatta risalire al 1721 in Inghilterra e successivamente si propaga in quasi tutto il mondo. Come ad esempio in Pakistan che è salito alla ribalta della cronaca anche per la recente uccisione di Osama Bin Laden. Qualche articolo scorso abbiamo cercato di descrivere la situazione della libertà di stampa in Italia, ma com è la situazione in Pakistan? Quali sono i rischi che corre un giornalista investigativo in Pakistan?
Ce lo racconta Malik Ayub Khan Sumbal, giornalista investigativo pakistano, in un’intervista concessa a noi de il Polipo.


Malik Ayub Khan Sumbal
Dove è nata la tua voglia di diventare giornalista investigativo?
E’ stato il carisma di una firma che ha fatto molti scandali e scoop, che ha un vasto pubblico e che mi ha fatto diventare giornalista investigativo. Inoltre, l’area in cui sono nato era influenzata da sistemi feudali che avevano un forte comando sulle persone. C’è molta mafia e corruzione, della polizia, dei funzionari del dipartimento delle entrate (DCO) e tutti gli altri; nessuno può alzare la voce contro di loro così questo mi ha avviato verso la professione di giornalista perché solo in questo modo posso parlare senza mezzi termini contro tutti i mali ed i peccati.
Un articolo sull'azione della DCO

Come viene svolta un’investigazione giornalistica?
E’ un compito difficile diventare un giornalista investigativo in un paese come il Pakistan. Il giornalista investigativo deve raccogliere tutte le informazioni, i documenti, le cifre ed i fatti.
Qual è l’investigazione che più di tutte ti ha creato problemi?Sei mai stato minacciato?
Sono stato minacciato e ho ricevuto molte telefonate come recentemente, mentre stavo lavorando sulla mia storia che riguarda nomine illegali alla PTV. Comunque in Pakistan, chiunque si trovi ad investigare il potere militare deve affrontare molti problemi.
Qual è la situazione della libertà di stampa in Pakistan?
La stampa è libera in Pakistan, tuttavia gli stessi media sono diventati una mafia. I media non sono obiettivi ed i magnati spargono sensazionalismo anche se con i loro sporchi interessi mandano in rovina la società.
Quanta influenza hanno i mass media sui cittadini pakistani?
I media pakistani sono influenti ma metteno il loro potere in attività illegali e portano i cittadini sulla strada sbagliata.
Che distanza esiste tra i giornali nazionali e locali in Pakistan?
Ci sono solo pochi giornali nazionali, tuttavia la stampa locale non ha importanza ed il suo valore è nullo.
Ci sono ribellioni in Pakistan da parte dei cittadini contro l’illegalità?
No perché ormai sono abituati.
Qual è stata la reazione della stampa alla morte di Osama Bin Laden?
La stampa pakistana segue l’agenda mondiale e non ha più una propria idea ed una propria politica.
Qual è l’opinione dei pakistani nei confronti dei giornalisti?
La popolazione pakistana rispettava il giornalismo ma non ora, a causa del suo ruolo sensazionalistico.
Che cosa hai imparato dal tuo lavoro?
Che il Pakistan non è posto per giornalisti onesti e leali.


Ringrazio Malik per la bella intervista che ci ha aperto una finestra sul mondo.


                                                                                                                      lorenzo p.


25/08/10

C'ERANO INCHIESTE..........NON CI SONO INCHIESTE.......

Grande giornalismo, indifferente a poteri politici ed economici, giornalismo da giornalisti.
Stoccolma 28 febbraio 1986, ore 23.30: il primo ministro svedese Olof Palme esce insieme alla moglie Lisbet da un cinema quando viene raggiunto da un uomo, giacca a vento, pantaloni scuri e berretto con paraorecchie che spara due colpi alla schiena del primo ministro svedese, uccidendolo. Palme aveva da poco compiuto 59 anni. Eletto per la prima volta in Parlamento nel 1957 divenne primo ministro nel 1969, quando si fece notare per le sue pesanti critiche alla politica estera statunitense, Rieletto primo ministro nel 1982 divenne famoso in tutto il mondo per le sue politiche pacifiste e antirazziste.


Oggi, a ventiquattro anni dall’omicidio il colpevole non è stato ancora individuato. Inizialmente venne seguita la pista neonazista, poi venne arrestato, processato ed assolto un pregiudicato alcolizzato, Christer Petterson, e tra gli indagati finì anche un ispettore della polizia criminale di Stoccolma. Poi il colpo di scena, ad aprile del 1990 il quotidiano svedese “Dagens Nyheter” scrisse che Il Gran Maestro della loggia P2 Licio Gelli avrebbe spedito, tre giorni prima dell’assassinio, questo telegramma a un agente Cia: “dite al vostro amico che l’albero svedese sarà abbattuto”.


La commissione d’inchiesta svedese affermò che la notizia era di estrema rilevanza, mentre il giornalista della Tg1 Ennio Remondino si gettò sulla notizia compiendo un’inchiesta che mandò a soqquadro la Rai, il mondo politico e la sua carriera giornalistica. Fu la famosa intervista all’ex agente Cia Dick Brenneke. Questi, oltre a confermare il telegramma, dichiarò che la Cia finanziava la P2 per contrabbandare armi e droga e per destabilizzare il paese. Licio Gelli denunciò la Rai, Francesco Cossiga allora presidente della Repubblica scrisse una lettera di fuoco al presidente del Consiglio Giulio Andreotti, il direttore del TG1 Nuccio Fava fu licenziato mentre Ennio Remondino incominciò il suo peregrinare per le varie sedi estere della Rai. L’ennesimo polverone fece sì che molti si dimenticassero dell’omicidio Palme, le cui indagini prima seguirono la pista curda (lanciata dal Kgb) e poi, nel 1996, la più sostanziosa pista sudafricana.


Durante una seduta della “Commissione per la verità e la giustizia” un ex funzionario della polizia sudafricana, Eugene de Kock, sostenne che Craig Williamson, agente dello spionaggio del suo paese avrebbe ucciso Palme all’interno dell’”operation Longreach” per punire il primo ministro per la sua pubblica battaglia antiapartheid. Cinque anni dopo, Petterson sapendo di non poter essere processato due volte per lo stesso reato, confessò di aver ucciso Palme. Ma erano le parole di un alcolizzato. La verità non la si conosce ancora.
FONTE: http://www.loggiap2.com/omicidio_olofpalme.htm


QUESTA, L'INCHIESTA DEL TG1 RIPORTATA DA RAI NEWS 24.





                                                                                                                 Lorenzo p.

07/06/10

Terremoto vs Giornalisti

Accompagnato da un folto numero di partecipanti, studenti e non, si è svolto l’1 giugno presso l’auditorium Carispaq, un incontro tra giornalisti di stampo nazionale di origine aquilana, riguardante la materia della comunicazione durante il catastrofico evento del terremoto del 6 aprile. Questo incontro dal titolo “La comunicazione nell’emergenza “rappresenta il secondo evento all’interno dell’appuntamento annuale denominato Investigation Days, organizzato dall’Università dell’Aquila. Moderati dal giornalista Angelo De Nicola, si sono avvicendati in un vivace dibattito, quattro giornalisti: Alessandro De Angelis “Il Riformista”, Giancarlo Graziosi “ANSA”, Paolo Pacitti “Rai”, Miska Ruggeri “Libero”, con la partecipazione del professore e presidente del corso di laurea in Scienze dell’Investigazione Francesco Sidoti. I sopracitati giornalisti si sono posti gentilmente e con un pizzico di curiosità ad una nostra breve intervista. Sono state rivolte tre domande uguali a tutti: 1 Qual’e la posizione del suo giornale riguardo la questione post terremoto? 2 Come viene percepita la realtà aquilana oggi nella città in cui lavora? 3 Come  secondo lei il decreto legge sulle intercettazioni influirà sull’indagine post sisma? Le risposte dateci dai cronisti, hanno colto di sorpresa e hanno evidenziato una diversa visione delle tragiche vicende. 
Il Riformista
De Angelis afferma che paradossalmente l’Aquila vive la sua tragedia da molto prima del 6 aprile, in quanto mancando un’ idea di città di spirito di coesione e di sviluppo, da tempo si sta verificando il tracollo del capoluogo abruzzese, con crisi nel settore industriale (vedi polo elettronico), crisi del turismo. Il sisma non ha fatto altro che celebrare il funerale della città. La colpa, secondo il giornalista, è attribuibile alla classe dirigente, incapace di innovarsi e di coinvolgere nello sviluppo cittadino l’Università, che all’Aquila soprattutto dopo il terremoto deve essere il fulcro per ripartire. Riguardo l’emergenza, per il cronista, il Governo si è mosso molto bene attivandosi anche per la ricostruzione, la quale, secondo la sua opinione, spetta alla Città coadiuvata da progetti ben precisi.  Quella della ricostruzione è vista come una fase molto delicata, l’Aquila com’era non potrà mai più esistere, ecco perche era ottima l’idea di una NEW TOWN, fondata su criteri moderni, per riattivare una città da tempo oramai vicina alla recessione.
Si potrebbe prendere ad esempio il modello friulano della ricostruzione posto terremoto del 1976, con lo slogan coniato dall’assessore alla ricostruzione nel 1978 e poi presidente della regione Friuli: “PRIMA LE FABBRICHE, POI LE CASE; POI LE CHIESE”. Riguardo le intercettazioni, infine, esprime un suo parere negativo riguardo l’abuso di queste, ma rimanda ulteriori opinioni alla fine dell’iter legislativo, quando si saprà cosa contiene il testo.
RaiNews24
Paolo Pacitti, giornalista di RaiNew24, ha un approccio molto più critico in materia di ricostruzione, dove non ci sono progetti, manca una linea comune di sviluppo, provocando un’eutanasia nei confronti dell’economia. Critico soprattutto nei confronti della visibilità del terremoto, i primi 4 mesi prime pagine e forte solidarietà, poi gli scandali ai vertici politici hanno oscurato la tragedia. Si è assistito inoltre ad una sorta di turismo del terremoto, soprattutto la domenica, si possono osservare curiosi in stile giapponese con macchinetta fotografica, in giro per Piazza Duomo. Sulle intercettazioni Pacitti, come De Angelis, assume una linea cauta, affermando la loro assoluta utilità, ma con un limite riguardo la privacy,  che deve sempre essere cautelata.
Libero
Il giornalista di Libero, Miska Ruggeri, non allontanandosi dalla linea del suo giornale, elogia il lavoro svolto durante tutta l’emergenza, dall’immediato post fino ad ora, manifestando però contrarietà sull’operato della classe dirigente, la quale non si è dimostrata adeguata. Punta il dito sulla mancanza di visibilità della tragedia al di fuori della realtà aquilana, motivando il tutto con un esempio accaduto pochi giorni fa quando la squadra di calcio della Roma è venuta nel capoluogo, e Totti ha affermato di non sapere che la situazione fosse cosi tragica. Si sofferma anche lui sulle intercettazioni, auspicando in un ridimensionamento di queste poichè se ne fanno troppe e costano, dove manca una copertura della privacy e sempre secondo il giornalista, dovrebbe mancare la possibilità di pubblicarle, limitando l’utilità di questo mezzo solo all’atto investigativo.
ANSA
Punto di vista totalmente diverso è quello preso dal giornalista dell’ANSA, Giancarlo Graziosi, in quanto agenzia giornalistica, ha una visione più ampia della vicenda. Il giornalista afferma che vi è stato  molto spazio da parte della sua agenzia nei riguardi del terremoto, non tralasciando nulla, persino le azioni di protesta che avvenivano quotidianamente, questo con lo scopo di non spegnere i riflettori sull’emergenza e per cercare di monitorare l’operato dei dirigenti. Graziosi afferma che proprio per questo lavoro certosino, non si percepisce una visione distorta della realtà. Molto critico è invece nei riguardi del DDL sulle intercettazioni, le quali se depotenziate e secretate influiranno sulle indagini e sul libero dibatto che deve avvenire in pubblico.
Alla fine di ogni intervista abbiamo chiesto ai giornalisti un consiglio su come portare avanti la nostra iniziativa mediatica. Libertà di opinione, curiosità, caparbietà, coraggio, ostinazione e le famose 5W del giornalismo, sono i punti fondamentali sui quali noi del Polipo dobbiamo basare il nostro lavoro ogni giorno.

Lorenzo La Rocca

05/06/10

Sidoti si racconta

Francesco Sidoti:  padre fondatore, mente e motore pulsante del corso di laurea in scienze dell’investigazione presso la malandata Università dell’Aquila. Non per piaggeria mi sento di dire che rappresenta, con i suoi pregi e difetti, uno dei pochi punti di riferimento all’interno del nostro Corso; difatti intercettarlo mentre girovaga pensieroso e sognante tra i corridoi del polo didattico, lo sanno tutti i suoi studenti, è difficile e richiede tanta pazienza. Un po’ quel suo essere naif misto all’essere circondato da domande e richieste di ogni genere lo rendono un personaggio, per i più,  inaccessibile. Ma noi del Polipo investigativo, anticipando di quasi due ore l’inizio del secondo investigation day  dell’anno ce l’abbiamo fatta!.
Ne abbiamo approfittato porgendogli alcune domande sullo stato di salute della nostra Università, sulla situazione post-terremoto e sulle prospettive legate nello specifico al nostro Corso di laurea.
“Facciamo trasfusioni alle altre facoltà nonostante soffriamo di anemia” non sembra certo essere slogan da sogno americano, difatti la diagnosi del nostro prof. non è sembrata proprio delle migliori: denuncia una situazione di una facoltà (Scienze della Formazione) lasciata a se stessa da un punto di vista strutturale e organizzativo. Mancanza di strutture, mancato pagamento di alcuni dipendenti, completa assenza di un progetto di rinnovamento dell’intera Università sono i punti cardine del suo discorso.
Dalle sue affilate parole emerge, al contrario di quanto potreste pensare, una sufficiente, seppur piccola, dose di speranza; si inorgoglisce quando racconta del SUO Corso di Laurea (“ne sono l’unico padre”) e dei suoi studenti che rappresentano una delle poche e sostanziali risposte  ad una “forte ed inevasa domanda di sicurezza all’interno del nostro Paese”.
Dice “gli studenti meritano di più” con un misto di rammarico e rancore nei confronti delle istituzioni tutte che, a suo e nostro dire, non hanno fornito risposte adeguate al Corso e all’intera Facoltà.
Propone un forte rinnovamento  e una radicale rifondazione dell’Istituzione Università a fronte delle nuove esigenze emerse dopo il sisma.
Al termine di questa lunga chiacchierata ci incoraggia, nel nostro progetto di giornalino partecipativo, dicendoci che è importante che nascano questo tipo di iniziative dal basso alimentate da spirito di collaborazione e che discutere e creare un dibattito è fondamentale.
Speriamo però,  che queste piccole e modeste iniziative dal basso possano essere al più presto affiancate da massicce iniziative dall’alto e che insieme contribuiscano alla rinascita della nostra Università. 

Gianluca D’Amico