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08/03/12

L'Aquila violenta...centro storico luogo ideale per stupri

Una città violentata che rischia di violentare,la risposta deve essere politica
Ultime vicende aquilane parlano di due ragazzi investiti, una ragazza stuprata e dilaniata, un ragazzo picchiato selvaggiamente da altri sette coetanei. Quest’ultimo fatto è avvenuto nel centro storico dell’Aquila. Luogo in cui sempre più spesso, si verificano questi episodi. Studi effettuati sulla popolazione aquilana evidenziano la presenza di un 70% di soggetti affetti da depressione silente, la quale porta con se un senso di tristezza, apatia,sofferenza. C’è negli aquilani un senso di distacco dai rapporti con gli altri che si fa sentire sempre di più.
Ma qual è oggi, il luogo più pericoloso dove trascorrere le proprie serate all’Aquila? Certamente, ma non solo, il centro storico. Un luogo che è il simbolo della rinascita o della non rinascita dell’Aquila, un luogo che da poco tempo è tornato a sentire le persone brulicare al suo interno.
La sera i giovani si riuniscono tutti nel centro storico dilaniato e stuprato. Si, stuprato. Ed é il punto che in questo articolo si vuole toccare. Sicuramente la movida aquilana ha causato molti problemi al centro storico, vedi le bottiglie di vetro che venivano scaraventate a terra e prese a calci dalle persone: ora con l’ordinanza che vieta la somministrazione in contenitori di vetro dopo le 21.30 questo problema è stato risolto. Oppure, come dimostrano le ultime vicende, lo stesso centro storico deve fare i conti con ragazzi che picchiano a volto scoperto e, vicenda che non è avvenuta nel centro storico ma importante, una ragazza stuprata e materialmente dilaniata. Queste sono cose accadute e che potrebbero riaccadere, proprio nel cuore dell’Aquila. A facilitare un pestaggio violento e lo stupro selvaggio di una ragazza oggi sarebbe indirettamente lo stesso centro storico. Ebbene si, vittima e reo. Chiunque, in una qualsiasi serata aquilana, sarebbe in grado, ancora più se in gruppo, di trascinare una ragazza tra le vie buie che costeggiano il corso principale e farne quello che vuole. Stiamo parlando di vie che prima del sisma del 6 Aprile 2009,(il quale assieme a negligenza, imprudenza ed imperizia umana, ha fatto 309 persone morte), erano piene di un normale viavai aquilano ed attività commerciali. Queste stesse vie ora sono buie e potrebbero diventare una trappola violenta ed assassina.
Cosa si potrebbe fare quindi. Di certo il controllo sociale è fondamentale: un’occhio aperto da parte dei ragazzi è sempre utile. Ma la risposta più importante dovrebbe arrivare dalla politica: si vuole tenere aperto seriamente il centro storico dell’Aquila, quindi con tutte le misure di sicurezza utili a prevenire e fronteggiare la movida aquilana, che è fatta soprattutto da giovani che ovviamente fanno i giovani, oppure lo si vuole tenere aperto solo per non far incazzare ancora di più, quelle oltre cinquemila persone che dopo il sisma del 6 Aprile 2009, tolsero (giustamente) di peso le barriere che impedivano l’accesso al centro storico? Perché se è così, se devono continuare ad arrivare notizie di pestaggi e stupri, a causa di una paura politica, meglio che il centro storico venga chiuso.
L’Aquila fa capire come un centro storico non sia solo un insieme di mura più o meno antiche; bensì è l’insieme delle persone che lo vivono, che ci si danno appuntamento per stare insieme. Di conseguenza, se il centro storico è moribondo, lo saranno anche le persone che prima lo vivevano. Sotto questo punto di vista si capisce perché molti studi fanno notare una presenza di indifferenza, apatia e sofferenza nella popolazione aquilana. Il centro è fatto dalle persone e le persone sono fatte dal centro. Quello stesso centro su cui (come in tutta la questione nazionale L’Aquila), devono essere prese complete decisioni politiche.
Detto questo, all'Aquila la maggior parte dei ragazzi si sa divertire e sa stare insieme; così come ci sono persone che stanno facendo di tutto per far si che l'Aquila torni ad essere non com'era prima ma meglio di prima. La ricostruzione continua.
Di seguito il video che mostra una delle tante vie principali completamente buia.


                                                                                                                        lorenzo p.

17/02/12

Un puntellamento é per sempre. Viaggio del blog il Polipo tra i puntellamenti del centro storico dell'Aquila



lorenzo p.

12/01/12

Un'intervista sull'onda della globalizzazione...studente cinese raccontaci


Sulla cresta dell'onda é tornata!!
Come viene vista l'istruzione italiana da uno studente cinese e quali sono le differenze tra la nostra istruzione e la loro. Come viene vista la crisi economica da uno studente il cui paese non ne risente e pian piano compra pezzi di mercato del mondo? Abbiamo intervistato Stella, studentessa di Benijing, capitale della Repubblica Popolare Cinese. Un'altra piccola finestra   sul mondo aperta dal blog il Polipo.


Descrivici te stessa. Chi sei, dove vivi, cosa vorresti fare in futuro.
Salve, sono Stella e ho 19 anni, sono nata e vivo a Beijing in Cina. Sono uscita dalla scuola superiore lo scorso anno e questo settembre sarò in Italia per cominciare l’Università per studenti stranieri a Perugia. Ora vivo a Beijing e studierò come guida turistica oppure come insegnante.

Come viene vista la situazione dell’istruzione in Cina dal punto di vista di uno studente cinese?
In tutto il mondo ogni paese sta mettendo più attenzione nell’istruzione, inclusa la Cina. Tutti noi conosciamo l’importanza dell’istruzione e il governo cinese sta facendo ogni sforzo per costruire il miglior ambiente per tutti gli studenti. Ma, come tutti sappiamo, come un paese con complicate situazioni ed un grande numero di persone, anche la Cina ha qualche debolezza. Ad esempio la differenza tra gli studenti di città e quelli di paese oppure la mancanza di originalità. Noi stiamo facendo del nostro meglio per migliorare queste cose. Io credo che le cose miglioreranno.

Secondo i tuoi insegnanti, uno studente cinese ha un buon livello di istruzione tale da poter competere con studenti di altre nazionalità?
Attualmente è difficile rispondere a questa domanda. Per prima cosa, non ho conosciuto l’abilità degli insegnati di altri paesi. Ma, quando avevo 16 anni, sono andata negli Stati uniti per seguire una settimana di lezioni, gli insegnanti mi sono piaciuti molto, sono molto di più che insegnanti che ti insegnano cose particolari. Comunque, io penso che lo stile Usa può rappresentare lo stile occidentale. Qui in Cina i nostri insegnanti sono bravi e pieni di conoscenze e, allo stesso tempo, sono molto responsabili nei confronti degli studenti. Lavorano duro affinché i loro studenti possano andare nelle migliori scuole perché in Cina, la competizione nell’istruzione esiste sempre. Secondo me, gli studenti cinesi fanno un miglior lavoro in base alla loro pazienza ed al duro lavoro messi su alcune basi, come matematica: specialmente alcuni studenti di talento mischiano il loro talento ed il duro lavoro, come in una reazione chimica, essi troveranno un lavoro brillante. Ma, dall’altra parte, confrontati con altri paesi, come ad esempio l’Italia, noi non siamo bravi nell’arte ed in tutto ciò che richiede capacità creative. Nonostante tutto è difficile dire quale sia l’istruzione migliore.
Ritieni che la Cina investa abbastanza nell’istruzione? Puoi fornirci qualche dato?
Come ho già detto la Cina sta facendo del suo meglio per investire nell’istruzione anche se penso che per l’istruzione non possiamo mai dire “abbastanza”. Nel 2012 il nostro governo sta pianificando di investire il 4% del Pil per sviluppare l’istruzione.
Come viene vista l’istruzione italiana da un ragazzo cinese?
A dire la verità, gli studenti cinesi non conoscono molto l’istruzione italiana. Ad oggi, gli studenti cinesi scelgono di andare fuori a studiare. Molti di questi scelgono gli Stati Uniti, l’Inghilterra. A scuola molti di loro imparano l’inglese come seconda lingua, così è molto facile per loro abituarsi in questi paesi. Comunque sappiamo che l’istruzione in Italia ha delle proprie caratteristiche positive come nell’arte e nella storia.
In Italia ci sono molte classi, soprattutto in scuole elementari e medie e principalmente nel sud Italia, che hanno un numero di studenti superiore rispetto al numero di studenti che potrebbero contenere, anche 40 o più studenti. Queste sono chiamate “classi pollaio”. Ci sono queste situazioni in Cina? O hai mai sentito parlarne? Cosa ne pensi di questa situazione che viviamo in Italia?
Abbiamo questo tipo di situazione in Cina. In città ci sono circa 30-40 studenti in una classe e, in alcuni paesi di campagna ce ne sono molti di più, forse si potrebbe arrivare a 50-60. Noi sappiamo che sarebbe meglio avere classi più snelle ma è difficile che si avveri in Cina ora. A causa dell’enorme popolazione. Ma va meglio con molti studenti in una classe, per molti motivi: per prima cosa puoi fare molte amicizie e poi si può discutere di materie di studio con più compagni di classe.
Cosa pensa uno studente cinese della crisi economica che ha colpito anche l’Europa, quindi l’Italia?
E’ ancora una domanda molto impegnativa. Io non studio economia quindi ti dirò cosa ne penso io. Io credo che la crisi economica prima o poi doveva esserci in Europa. Per prima cosa perché nello stile di vita e nella mentalità degli europei c è la voglia di divertirsi e spendere i risparmi. A loro piace ripagare un prestito e fare troppo affidamento sulle banche. Seconda cosa, sarebbe dovuto accadere perché l’Euro si trova in una posizione scomoda; tutti noi sappiamo che il dollaro è stato il più forte negli ultimi anni, ma l’euro in questi anni è cresciuto troppo velocemente. Gli Usa vorrebbero sopprimere l’euro abbassando il suo livello di affidabilità per garantire la classifica del dollaro, questo colpirebbe l’intera Europa. Terza causa, le complicate relazioni tra i paesi europei, è duro da dire, ma l’intera europa, l’Unione Europea, dovrebbe assumersi la responsabilità.  Ultimo punto, la crisi economica è come un cerchio, come il mondo si sviluppa ad alta velocità, ci saranno molti problemi, così i costumi delle persone sono destinati a cambiare. Le crisi spesso nascono prima che le persone se ne accorgano. La globalizzazione modificherà il mondo per affrontare le crisi Io penso che tutti i paesi e tutte le organizzazioni dovrebbero avere responsabilità per gli altri. Così potremo costruire migliori condizioni per l’intero mondo.

Ringrazio Stella per questa intervista che ci ha aperto una piccola finestra su quello che una parte del mondo pensa di noi italiani e di molte altre situazioni.

                                                                                                                                                                                         lorenzo p.

14/09/11

L'Aquila, la Perdonanza, i giovani. Liliana racconta

La Perdonanza aquilana la sentono tutti a L'Aquila, ma cosa ne pensa una ragazza che dovrà convivere con una ricostruzione difficile? Liliana ci racconta come i quatrani hanno vissuto la Perdonanza 2011 in questo momento difficile per la città.

L’Aquila sarà pure una delle città più fredde d’Italia. . . ma oggi fa caldo da morire. La canicola è tale da farti propendere per un’unica soluzione –che, guarda caso, è la più quotata: perché non passeggiare in centro, dove la pietra dei muri protegge dal caldo e la brezza che soffia dai vicoli è fresca e refrigerante? E guarda un po’ che fortuna hanno i forestieri: continuano a vedersi passare davanti dame e messeri in vesti duecentesche, sbandieratori e gente che porta a spasso falchi e aquile… sembra di essere tornati indietro di parecchi secoli!
Fa caldo, è l’ultima settimana di agosto. Tornare fra i banchi di scuola non è di certo una proposta attraente, ma in fondo siamo quasi contenti di essere nella nostra città: è arrivata la settimana della Perdonanza, e noi quatrani dobbiamo esserci.
Forse non è la sfera religiosa a interessare i più, non quando questa è la prima vittima dei dubbi iperbolici con cui ogni adolescente impara a convivere e a lottare. Ma nessuno dimentica le origini di questa ricorrenza; credenti e non, tutti siamo allo stesso modo elettrizzati da questo evento senza eguali…  è lo stesso sentimento che ogni aquilano prova nel leggere “di colui che fece per viltade il gran rifiuto” quando si trova a studiare Dante e il suo Inferno.
 Pur con questo gran caldo, la gente vestita con lunghi abiti d’epoca sembra essere a proprio agio e tutti, ma proprio tutti, camminano con un sorriso orgoglioso stampato sul volto. È uno spettacolo anacronistico e colpisce dritto l’immaginazione: è sempre stato facile e quasi automatico inserire quelle figure nel loro contesto, aiutati dall’atmosfera e dallo sfondo dei maestosi palazzi antichi. Certo, prima i dettagli da eliminare con l’immaginazione erano pochi: magari quel cestino della spazzatura nel XIII secolo non c’era, e neanche quell’insegna pubblicitaria… ora, oltre ai cestini e alle pubblicità, dobbiamo sforzarci di far finta che non ci siano neanche i mastodontici e meticolosi puntellamenti ad ingabbiare la città o le camionette dei militari, o ancora le transenne che sbarrano i vicoli.
Ma si può fare. Ora che le cose materiali sono a pezzi, della storia dell’Aquila restano solo le tradizioni e gli aquilani vogliono conservarle: abbiamo salvato la Perdonanza e tutto ciò che ne consegue come se fosse stata un effetto personale recuperato dalle macerie delle nostre case, una supersite forse un po’ ammaccata ma -proprio per questo- ancora più preziosa. E noi giovani ci teniamo come non ci abbiamo mai tenuto prima; prima del terremoto era semplicemente una sfilata che ingarbugliava il traffico e riempiva il centro, tanto che non si poteva neanche camminare. Ora invece il cuore sussulta ad ogni percussione dei tamburi degli sbandieratori.
Ma l’aspetto folkloristico è solo la ciliegina sulla torta di un evento che occupa un’intera settimana, la più degna di essere vissuta all’Aquila: il clima di festa e di eccitazione permea ogni giorno le vie della città, spingendo tutti ad uscire per vedere, girare, incontrare, scoprire: cosa avranno organizzato? Cosa ci sarà di nuovo stasera? Dopo due anni di stasi post-terremoto, essere adolescente e avere la possibilità di chiedersi cosa ci sarà di nuovo è un gran risultato. Dopo mesi e mesi repressi ad inventare nuovi modi per svoltare la serata, sapere che anche “i grandi” (rigorosamente tra virgolette) per una settimana cercheranno di perseguire il nostro stesso scopo è abbastanza per essere elettrizzati.
In questo momento storico, un evento quale la Perdonanza rappresenta la possibilità di svagarsi, restando però allo stesso tempo fedeli al proprio essere aquilani e alle proprie tradizioni; chissà, forse è proprio quello di cui avremmo bisogno.
Nel frattempo per una settimana almeno ci godiamo la festa, riscopriamo le nostre tradizioni e continuiamo a fantasticare su quando L’Aquila era quella di Celestino V… e su quando sarà di nuovo nostra.


                                                                                                               Liliana Farello

25/07/11

L'Aquila dei "quatrani"

Una città disastrata vista dagli occhi di una adolescente

C’era una volta una città abbarbicata sulle montagne, raccolta in una conca, in cui durante le sere estive la cappa d’aria calda si alzava in favore di una brezza refrigerante: quando cominciava a tirare quel venticello i cittadini facevano capolino dalle proprie case, lieti di poter finalmente fare quattro passi, e scendevano a riempire le strade, i vicoli, i bar e i locali dell’Aquila.
I quatrani, ragazzi come tanti dal dialetto facile, divoravano un hot dog e poi schizzavano verso le postazioni collaudate ormai da tempo: le nicchie della scalinata di San Bernardino, custodi di indicibili segreti; i portici, teatro di ogni sorta di incontri, amori, scontri, figuracce e avanti così; Piazza Palazzo, dove lo sguardo austero di Sallustio rinnovava ogni sera l’odio da parte dei liceali, gli stessi che fino a qualche mese prima erano stati costretti a tradurre la sua prosa, e gli amati dintorni; San Pietro, con i posti da cui i genitori apprensivi ci dicevano di tenerci lontane. . . dopotutto, eravamo piccole.   
Piccole, sì, ma evidentemente già abbastanza cresciute per sentire la terra tremarci sotto i piedi giusto qualche mese dopo.
 Mentre gli adulti si davano un gran da fare e sistemavano i propri pargoli in strutture antisismiche, noi adolescenti  –che non siamo né carne e né pesce- ci siamo ritrovati parcheggiati in una non-città. L’Aquila post sisma é diventata un’accozzaglia di posti lontani tra loro chilometri e chilometri, come se il centro fosse esploso e ogni luogo fosse schizzato all’altro capo della città: riallacciare tutto era impossibile. Ognuno di noi aveva già da combattere la propria personalissima lotta per diventare adulto, cosa che sarebbe successa con o senza terremoto, ma ora anche il campo di battaglia ci metteva i bastoni tra le ruote. Per gli stessi adulti che si stavano dando quel gran da fare L’Aquila era stata lì, quando ne avevano avuto bisogno. Perché per noi no?
Di certo, la nostra adolescenza avremo voluto (e vorremmo tuttora) viverla per le strade della nostra città. . . ma è andata diversamente. Ci siamo ritrovati dentro un centro commerciale che diventava di mese in mese più tetro e asfissiante e lungo una strada colma di locali incastrati alla bell’è meglio dove prima c’era il nulla, con la consapevolezza che L’Aquila di un tempo non sarebbe tornata in tempo per viverla spensierati; ma, come si dice da queste parti, quesso è e quesso remane: inutile piangersi addosso.
I bambini cresceranno in una nuova città, gli adulti sono cresciuti in quella vecchia; noi facciamo la spola tra vecchio e nuovo, riprendendoci poco a poco quello che ci apparteneva. Come il centro storico, per esempio.
Se ci si avvicina ai vicoli transennati talvolta si percepisce la puzza di muffa che in centro è ristagnata da due anni e un brusco calo di temperatura: anche sotto la canicola più pesante, da quelle stradine soffiano spifferi freddi.
Eppure fra transenne e camionette di militari, fra le ore ad aspettare un autobus e quelle passate nei locali vecchi e nuovi, fra l’amarezza di annusare la città morta e il piacere di scoprire che “ehi, ma questo vicolo l’hanno riaperto!”, anche se alla fine quel vicolo non porta da nessuna parte, noi quatrani stiamo tornando a schizzare per le strade dell’Aquila. Un po’ più cauti e un po’ più provati, ma forse anche un grammo più cresciuti.
C’è una città abbarbicata sulle montagne, raccolta in una conca, in cui durante le sere estive la cappa d’aria calda si alzava in favore di una brezza refrigerante; quando comincia a tirare questo venticello ai cittadini torna la voglia di riempire le vie del centro. . . 


                                                                                                                        Liliana F.

12/07/11

il Polipo intervista Enrico Bellavia: un'intervista sul giornalismo

Dopo l'intervista sulla situazione del giornalismo in Pakistan al giornalista investigativo Pakistano Malik Ayub Kahn Sumbal, il Polipo torna a chiedere del giornalismo ma questa volta di quello italiano, al giornalista di "Repubblica" Enrico Bellavia autore del libro "UN UOMO D'ONORE".


Enrico Bellavia
Quando è nata la sua voglia di diventare giornalista?


È nata a scuola, grazie ad un insegnante delle medie che mi insegnò a leggere i giornali.
Qual è secondo lei, la situazione della libertà di stampa in Italia?
Non è ottimale, questo è ovvio. La concentrazione dei mezzi nelle mani di un oligopolio, che nel caso della tv è un monopolio, di fatto, rende asfissiante il clima. Detto questo, credo che il giornalismo italiano soffra molto di autocensura. E questo riguarda il modo di intendere il mestiere e la funzione del giornalismo. La rete ci insegna che c’è una richiesta spasmodica di informazione. Ossia, di una lettura organica dei fatti e non di un’accozzaglia di notizie che non generano informazione. 
Quanta influenza hanno secondo lei i mezzi di informazione in Italia? Pensa che possano aiutare a creare consensi?
Credo proprio di sì. La tv è uno strumento formidabile per la creazione del consenso. Immaginare che sia un meccanismo automatico è molto riduttivo. La tv propone un modello di società all’interno del quale il consenso non può che orientarsi in una direzione predeterminata.
Secondo lei, qual è oggi la distanza tra i giornali nazionali e quelli locali?
I giornali nazionali obbediscono al tentativo, non sempre riuscito, di governare la massa di notizie per offrire una chiave di interpretazione della realtà. I giornali locali, provano ad esercitare la stessa funzione ma con un valore aggiunto di pura informazione di servizio che è il sale del quotidiano.
Qual è la prospettiva migliore  per un ragazzo che vuole entrare nel mondo del giornalismo? Quella italiana o quella estera? Perché?
L’ingresso nel mondo del lavoro è oltremodo difficile in Italia. Finché rimarrà in piedi un sistema misto fatto di scuole e di apprendistato a bottega sarà difficile regolamentare gli accessi e rendere effettivo il sistema di formazione che si è preteso di imporre con la nascita delle scuole. Ben venga la formazione universitaria, a patto che si abbia un’effettiva conoscenza delle dinamiche del mercato del lavoro, altrimenti si creano fabbriche di illusioni. E le scuole devono davvero essere modelli di eccellenza, luoghi nei quali si costruiscono professionalità robuste anche sul piano etico. La formazione va affinata e completata con esperienze all’estero ma, come dimostra, anche il mondo anglosassone, non ci sono santuari immuni dalle storture del sistema. 
Qual è oggi secondo lei il ruolo del giornalismo italiano? Rappresenta un “megafono” dei fatti che accadono o è il teatro dei fatti stessi?
È, o dovrebbe essere, il luogo fisico in cui i fatti accaduti diventano notizie di interesse generale e perciò arricchire il bagaglio di conoscenze degli utenti o dei fruitori. Ma questo non basta. Un giornale, a prescindere dal mezzo utilizzato, non è una somma di notizie, ma una chiave per leggere la realtà che ci circonda.
Avendo avviato oltre a “il Polipo” anche il blog  in inglese, scambio spesso articoli o qualche chiacchiera con ragazzi di altre nazionalità, sopratutto con ragazzi che studiano giornalismo in Inghilterra. Quello che mi é parso é questo: generalmente gli italiani dando la notizia, si soffermano molto su tutto quello che gira attorno a quel determinato fatto tralasciando in parte il "cuore" della notizia; gli  stranieri invece,generalmente prendono molto più in considerazione il determinato fatto e soprattutto le responsabilità pubbliche ( il giornalismo straniero ad esempio dopo il terremoto del 6 Aprile 2009 dell’aquilano, ha posto la sua attenzione su luoghi come l’ospedale e la prefettura crollati e che non sarebbero dovuti crollare perché luoghi strategici). Lei cosa ne pensa?
Il giornalismo fuori dai confini nazionali ha una dimensione pragmatica. Si pone domande semplici e pretende risposte chiare. Il nostro giornalismo è ostaggio spesso di un certo minuetto della politica e si lascia abbindolare dal bla bla del politichese. 
Il sisma del 6 Aprile 2009 dell’Aquila ha portato alla luce un panorama su cui si sono posizionate più verità da parte dei mezzi d’informazione e altri. Secondo la sua esperienza professionale c è oggi in Italia una caccia al nemico, una contrapposizione di verità ,che fa fuggire le persone dalle proprie responsabilità?
Al contrario, credo che non ci sia una contrapposizione netta tra il dovere del giornalismo di smascherare le malefatte del potere e il potere stesso con le sue malefatte.
Qual è secondo lei, la verità che più piace agli italiani: quella giornalistica,istituzionale o processuale?
La verità processuale, purtroppo, è diventata l’unica verità spesso raggiunta in questo Paese. Il che legittima la deresponsabilizzazione della politica. Che si impicca a codici e sentenze, incapace di elaborare un proprio schema di valori alti sui quali costruire giudizi politici netti, a prescindere dal risultato dei processi.
Come descriverebbe la situazione della legalità in Italia ad un ragazzo straniero?
Un conflitto di interessi permanente e pervadente.
Qual è oggi la situazione delle “quote rosa” nel giornalismo? Secondo lei le donne vengono valorizzate abbastanza nell’ambito del giornalismo d’inchiesta?
Le donne sono penalizzate ovunque. Anche nel giornalismo. È oggettivamente molto più difficile per una donna affrancarsi dal pregiudizio che la relega in settori meno di frontiera. Inutile dire però che le migliori pagine di giornalismo in questo Paese sono state scritte da donne. Che hanno pagato anche prezzi altissimi, fino alla morte.
Quali consigli si sente di dare ad un ragazzo per la scrittura di un buon articolo? Quali sono le fasi che deve affrontare per la sua stesura?
Posso dire quello che provo a fare io, senza avere la pretesa di dare alcun consiglio. Mai pensare a chi ti ha dato le notizie e al potente di turno che ti leggerà.  Pensare sempre a un lettore tipo con il quale fare i conti in termini di chiarezza e di onestà.
Quale deve essere secondo lei lo scopo di un giornalista quando scrive un articolo?
Lo scopo è quello di informare, se è il caso di denunciare. Avendo sempre ben chiaro che quello che maneggiamo sono carne e sangue delle persone e non oggetti dei quali occuparsi.
Domanda da una ragazza londinese, studentessa di giornalismo a Londra: Secondo lei i media italiani hanno fatto abbastanza per esporre gli abusi di potere del governo Berlusconi?
I media no. Alcuni giornali sì e alcune trasmissioni televisive sì.
Cosa pensa del giornalino/blog il Polipo?
Penso che sia uno strumento aperto, curioso e a tratti irriverente. Come dovrebbe essere un giornale.
Che cosa ha imparato dal suo lavoro?
Che non si smette di imparare.

RINGRAZIO PER LA DISPONIBILITA' ENRICO BELLAVIA E ROBERTA RUSCICA.

                                                                                                                                                                                               lorenzo p.
                                                                                                                                                                      lorenzo.petrilli@libero.it

Un articolo di Enrico Bellavia: per altri articoli clicca qui.


Articolo Enrico Bellavia

08/07/11

ANDREA CAMILLERI:IL VIDEO DELL'INCONTRO A L'AQUILA DEL 5 LUGLIO

Il Polipo vi propone il video dell'incontro che si é tenuto a Coppito il 5 luglio scorso alla Scuola della Guardia di Finanza; a intervistare Andrea Camilleri é stata la giornalista Tiziana Pasetti che ringrazio per la disponibilità.


14/06/11

Giornalismo investigativo...intervista dal Pakistan


Torna "sulla cresta dell'onda, Intervista.


Uno degli esempi che descrive bene come l’investigazione non sia solo quella criminale ma si inserisca anche in altri ambiti, è il giornalismo investigativo. La nascita del giornalismo investigativo viene fatta risalire al 1721 in Inghilterra e successivamente si propaga in quasi tutto il mondo. Come ad esempio in Pakistan che è salito alla ribalta della cronaca anche per la recente uccisione di Osama Bin Laden. Qualche articolo scorso abbiamo cercato di descrivere la situazione della libertà di stampa in Italia, ma com è la situazione in Pakistan? Quali sono i rischi che corre un giornalista investigativo in Pakistan?
Ce lo racconta Malik Ayub Khan Sumbal, giornalista investigativo pakistano, in un’intervista concessa a noi de il Polipo.


Malik Ayub Khan Sumbal
Dove è nata la tua voglia di diventare giornalista investigativo?
E’ stato il carisma di una firma che ha fatto molti scandali e scoop, che ha un vasto pubblico e che mi ha fatto diventare giornalista investigativo. Inoltre, l’area in cui sono nato era influenzata da sistemi feudali che avevano un forte comando sulle persone. C’è molta mafia e corruzione, della polizia, dei funzionari del dipartimento delle entrate (DCO) e tutti gli altri; nessuno può alzare la voce contro di loro così questo mi ha avviato verso la professione di giornalista perché solo in questo modo posso parlare senza mezzi termini contro tutti i mali ed i peccati.
Un articolo sull'azione della DCO

Come viene svolta un’investigazione giornalistica?
E’ un compito difficile diventare un giornalista investigativo in un paese come il Pakistan. Il giornalista investigativo deve raccogliere tutte le informazioni, i documenti, le cifre ed i fatti.
Qual è l’investigazione che più di tutte ti ha creato problemi?Sei mai stato minacciato?
Sono stato minacciato e ho ricevuto molte telefonate come recentemente, mentre stavo lavorando sulla mia storia che riguarda nomine illegali alla PTV. Comunque in Pakistan, chiunque si trovi ad investigare il potere militare deve affrontare molti problemi.
Qual è la situazione della libertà di stampa in Pakistan?
La stampa è libera in Pakistan, tuttavia gli stessi media sono diventati una mafia. I media non sono obiettivi ed i magnati spargono sensazionalismo anche se con i loro sporchi interessi mandano in rovina la società.
Quanta influenza hanno i mass media sui cittadini pakistani?
I media pakistani sono influenti ma metteno il loro potere in attività illegali e portano i cittadini sulla strada sbagliata.
Che distanza esiste tra i giornali nazionali e locali in Pakistan?
Ci sono solo pochi giornali nazionali, tuttavia la stampa locale non ha importanza ed il suo valore è nullo.
Ci sono ribellioni in Pakistan da parte dei cittadini contro l’illegalità?
No perché ormai sono abituati.
Qual è stata la reazione della stampa alla morte di Osama Bin Laden?
La stampa pakistana segue l’agenda mondiale e non ha più una propria idea ed una propria politica.
Qual è l’opinione dei pakistani nei confronti dei giornalisti?
La popolazione pakistana rispettava il giornalismo ma non ora, a causa del suo ruolo sensazionalistico.
Che cosa hai imparato dal tuo lavoro?
Che il Pakistan non è posto per giornalisti onesti e leali.


Ringrazio Malik per la bella intervista che ci ha aperto una finestra sul mondo.


                                                                                                                      lorenzo p.


08/06/11

UN REFERENDUM...CON ME...

Andare o non andare a votare per i quattro quesiti del 12 e 13 giugno? Il video spiega cosa pensa il giornalino/blog il Polipo.




                                                                                                           lorenzo p.

26/04/11

IL PIU' GRANDE COPIONE DI GERMANIA E LA SUA CADUTA DA GOLDEN BOY DELLA POLITICA



Prosegue il viaggio di "SULLA CRESTA DELL'ONDA" e lo fa cominciando una collaborazione con un' altro inviato che questa volta ci descriverà il modo in cui la Germania ha accolto le vicende del ministro della difesa Guttenberg che copiò una tesi di dottorato. Questa storia ci permetterà di comprendere come i tedeschi hanno vissuto davvero  questa esperienza.Diamo   il benvenuto a Jil, di madrepatria tedesca, studentessa a Londra. Vi segnalo il primo nostro post sui suoi blog (http://theultimatelimit.blogspot.com/  e  http://jillymausi.wordpress.com/2011/04/25/)

Il primo Marzo 2011, il politico più popolare di Germania, Karl-Theodor zu Guttenberg del ‘Christian Democratic Union Party’ , rassegnò le sue dimissioni dopo che fu accusato di plagio per la sua tesi di dottorato.
Insomma, Guttenberg copiò più del 76 % della sua tesi da siti internet e libri senza menzionarli nella tesi stessa.
(Wikia 2011) Di conseguenza, l’Università di Bayreuth gli tolse il titolo accademico. Il Dr zu Guttenberg non era più ministro della difesa e nacque ‘zu Googleberg’. (TAZ 2011) Il risultato della sua vergognosa uscita, è che la Germania ha discusso di plagio (più che mai) e ha dubitato dei valori della società accademica.
La cancelliera Merkel una volta disse che la Germania era “ La Repubblica dell’educazione e della cultura” e “la terra delle idee”. (Welt 2011) Molti accademici e studenti di dottorato discutono sulla scia di uno dei più grandi scandali politici.
Perché i tedeschi sono fissati con i dottorati ed è giusto che Guttenberg diventi il simbolo del plagio?
La Germania sta cercando di far prevalere il suo noto prestigio accademico. La pressione per prendere un dottorato in Germania è enorme. Con un dottorato si può guadagnare di più, fare il lavoro sognato e diventare parte dell’elite accademica. E’ un fatto comune che i datori di lavoro tedeschi richiedono il grado di dottorato per certe posizioni. “Le ragioni per acquisire un titolo di dottore sono diverse. Oggigiorno, le tesi di dottorato tedesche sono scritte opportunisticamente: per un medico oppure per un architetto, il titolo è essenziale come per un chimico o un farmacista, i dottorati sono divenuti una parte non ufficiale della loro formazione. Inoltre, in molte aziende solo gli avvocati o persone con MBA (diploma di dottore in amministrazione aziendale) ricevono incarichi di management”. (The Local 2011) Con il titolo di “Dr” di fianco al tuo nome, puoi guadagnare il 15% in più rispetto ad uno che quel titolo non ce l ha ed il rispetto e la credibilità che vi è allegata, sono troppo importanti per poter perdere quel titolo”. Un’indagine del 2001 ha rivelato che in Germania il 58,5% dei dirigenti ha un dottorato rispetto all 1,3% negli USA. Eppure il numero di persone che prova ad intraprendere un dottorato è quasi simile ( tedeschi 1,3%, americani 1,5%). Questi dati suggeriscono una tendenza in base alla quale i dottorati tedeschi stanno diventando poco più che pubblicità per fare carriere, al contrario della ricerca autentica destinata ad intraprendere ulteriori conoscenze”. (The Guardian 2011) Per esempio a confronto con il Regno Unito, dove le persone con dottorato tendono ad essere discrete, i tedeschi usano il loro dottorato come parte del loro nome. Potrete vedere la sigla “Dr” nelle loro carte intestate, nel loro campanello, nei loro passaporti, nei loro indirizzi e-mail e così via.
In un sondaggio della ARD television ad oltre il 74% degli intervistati interessa poco che Guttenberg ha imbrogliato per prendere il titolo “Dr”. Un gruppo di sostegno su Facebook che conta circa 500.000 sostenitori gli chiede di tornare in politica. (Yahoo 2011) Dopo aver rinunciato al dottorato il 72% ritiene che il problema sia risolto, mentre solo il 24% ha chiesto le sue dimissioni. (Die Presse 2011) La maggior parte di questo 24% è sicuramente composto da persone che lavorano nel campo accademico. Gli accademici hanno sostenuto che Guttenberg ha offuscato il valore del mondo accademico ed hanno chiesto le sue dimissioni attraverso una lettera aperta inviata alla Cancelliera Merkel.
Essi sono furiosi del fatto che lui abbia plagiato in modo così evidente e pensano che lui abbia preso il suo dottorato solo per guadagnarsi rispetto nella società. Oltre 7.000 tra professori e dottorati hanno firmato questa lettere chiedendo le sue dimissioni. I fans di Guttenberg hanno condannato questa iniziativa dicendo :”Tutti abbiamo sbagliato, siamo umani”.
Guttenberg non è certo la prima persona accusata dall’opinione pubblica di plagio e non sarà certo l’ultima. Perché questo caso ha creato molta attenzione? Egli è il politico più glamour e ha portato un sacco di voti al suo partito alle elezioni. E’ stato pericoloso per l’opposizione e molti pensano che possa essere il prossimo Cancelliere. Fino a poco tempo fa aveva un’immagine perfetta agli occhi dell’opinione pubblica. I critici dicono che ora lui vive una vita con un doppio standard morale- sostiene di avere valori e principi ma poi plagia nella sua tesi di dottorato. “ Lui, che sembrava una persona che incarnava perfettamente valori conservatori, li ha violati”.
Tali valori erano “sincerità, credibilità, essere un esempio, orgoglio per le proprie realizzazioni, rispetto per la proprietà intellettuale di altri e molti altri valori che vanno ben al di la del mondo accademico”. (Spiegel 2011) La Cancelliera Angela Merkel ha provato a difendere Guttenberg affermando che egli è un ministro della difesa non un assistente di ricerca. “La merkel non si è solo comportata in modo vergognoso nei confronti del mondo accademico tedesco. Lei non ha fatto niente di meno che abbandonare il fondamento conservatore di valori. Ha perso la bussola morale”. (Spiegel 2011) Il prof. Weber-Wulff è un professore tedesco ed un esperto in plagio. Lei pensa che la radice del problema sta nei requisiti di assunzione tedeschi. Le migliori aziende non assumono qualcuno senza un dottorato per certe posizioni e ciò crea molto pressione. In ultima analisi, questa situazione porta le persone a prendere il dottorato per il motivo sbagliato. “In recenti casi di studio (sul plagio) gli studenti dicevano, ‘Si? Qual è il problema?’ Stanno perdendo il punto fondamentale della formazione, dell’istruzione. Essi pensano di dover avere una laurea e la Germania è completamente focalizzata su questo. Alla gente non importa se hanno competenze associate, devono solo avere una laurea. Questo un vero e proprio problema tedesco, perché negli USA ad esempio, se hai le capacità e nessun grado, va bene. Ma in Germania devi avere quel pezzo di carta che la gente prende senza interesse. (The Local 2011) Il prof. Theisen combatte il plagio da circa vent anni. Egli crede che le persone come Guttenberg, oggi più che mai, scrivono un dottorato per far parte di una società d’elite.
In conclusione, voglio avanzare la voce della maggioranza della popolazione tedesca. Hermann Bauer è uno di quel 74% che supporta Guttenberg. Bauer crede che in Germania l 80% delle tesi di dottorato abbiano elementi di plagio se venissero analizzate nello stesso modo in cui è stata analizzata quella di Guttenberg. Qualcuno come Bauer fa luce sull’esistenza di una doppia morale e sul perché l’obbligo dei titoli di dottorato è diventato surreale.
Guttenberg ha rassegnato le sue dimissioni e la Germania è ancora in disaccordo con la sua partenza. Molti pensano che è ingiusto ed inutile per lui dimettersi ma per altri era il minimo che lui potesse fare dopo essere a causa del plagio. Ad oggi, è in attesa del processo penale per il suo reato di plagio. Nel frattempo la bella moglie ha sfidato i critici e sta continuando a sensibilizzare gli sforzi caritatevoli. Ma non importa quello che noi tedeschi pensiamo o vogliamo per Guttenberg, una cosa è certa, egli tornerà e allora sarà più grande che mai.

                                                                                                                
                                                              By Jil Dallmayr

05/04/11

il Polipo e Giampaolo Giuliani...un'intervista sul mondo accademico e scientifico


IL POLIPO: Quando Bendandi presentò i suoi studi al mondo
accademico, questo li rigettò.Uno dei maggiori motivi di questo attegiamento  era che Bendandi non aveva titolo cartaceo per poter presentare un lavoro del genere. Oggi il mondo accademico e scientifico si é aperto a queste iniziative o cerca adesso come al tempo di  Bendandi di racchiudersi in se stesso?
GIULIANI: Raffaele Bendandi dopo aver raggiunto una indiscussa conoscenza scientifica nel campo dell'astronomia e dato prova attraverso alcune previsioni di essere in grado di prevedere eventi disastrosi, ricevette dal governo italiano una sorta di cavalierato per meriti scientifici. Questo gli avrebbe garantito all'età della pensione un discreto vitalizio. Il mondo scientifico accademico dell'epoca, in particolare quello legato alla geofisica, si risentì particolarmente e motivando che le sue previsioni mancavano di elementi essenziali, rispetto alle caratteristiche degli eventi, come una precisa localizzazione degli epicentri, (Bendandi dava un raggio di possibile rilascio di qualche centinaia di km, e la finestra temporale, in alcuni casi si era verificata oltre le 24 ore, fino a 2 giorni, richiesero al governo di ritirare il cavalierato e di impedirgli di rendere pubbliche le sus previsioni. La motivazione di tale decisione fu addotta al fatto che, se il sismologo avesse previsto un forte evento, la psicosi creata dalla notizia sulla catastrofe annunciata avrebbe creato un tale panico da produrre più vittime di quante il terremoto stesso ne avrebbe fatto. Il mondo accademico fu accontentato e la minaccia ventilata allo scienziato fu l'arresto immediato o addirittura l'esilio, se fosse stato scoperto a fare previsioni. Per un periodo smise di predire, poi decise di chiudere in busta le previsioni ed affidarle ad un notaio che le avrebbe rese pubbliche, solo ad evento avvenuto. Non ci fu mai un ripensamento, anzi, il mondo accademico sentenziò, che a nussuno dovesse essere consentito portare avanti ricerche, fuori dai canoni ufficialmente riconosciuti. Per cui anche in età avanzata e prossimo alla fine, lasciarono che morisse solo, sconosciuto ai più e che portasse alla tomba le sue conquiste. Questo atteggiamento lo costrinse a far sì che nessuno degli scienziati che lo avevano così oltraggiato, potessero verificare mai le sue teorie. Né il mondo accademico fino ad oggi ha ritenuto mai di andare a controllare la veridicità o meno delle sue ricerche. In tempi più moderni, fino ai nostri giorni, chi avrebbe dovuto permettere uno studio su tutti gli elementi chimici e fisici che avrebbero potuto portare nuove informazioni sulle cause che producono i terremoti, non lo ha mai fatto, ritenendo scontato in partenza il concetto che il terremoto non si sarebbe mai potuto prevedere e pertanto era inutile sprecare i fondi della ricerca.

IL POLIPO: Quanto é importante affrontare i temi della necessità di una cultura della prevenzione e del rischio a livello accademico e quanto pensa che gli istituti pubblici e privati aiutino questi dibattiti a livello universitario?
GIULIANI: In alcuni stati si da una grande importanza alla ricerca d'avanguardia o di confine, addirittura alla fantascienza. Permettere alla fantasia dell'uomo libero, al suo ingegno, allo spirito intraprendente che possiede di dare risposte a quesiti a volte irrazionali ed incredibili, la storia ce lo ha insegnato tante volte, è l'unico modo che ha l'uomo di ottenere grandi salti di qualità nelle sue conoscienze. Nella storia della conoscienza si sono dovuti attendere periodi di 300 e 400 anni per rispondere a quesiti e dubbi scientifici che avrebbero migliorato la vita dell'uomo. Giusto i periodi di nascita di uomini le cui intuizioni hanno favorito di colmare quei ritardi e quei vuoti della conoscienza su fenomeni che ritenuti inspiegabili, si attribuivano al solo volere divino. Dove più degli ambienti accademici sarebbe possibile abbattere questi muri ciclopici che oscurano la visuale? L'industria, l'Università, le associazioni culturali, i dibattiti, i confronti, la sperimentazione, il libero dialogo, gli istituti pubblici e privati, sono il veicolo del virus della conoscienza. Tutto ciò non sarà mai possibile ottenerlo fintanto che ci saranno uomini che confonderanno la politica con la cultura, fintanto che esisteranno uomini che assoggetteranno la mente di uomini liberi alle loro esigenze personali.

Ecco. Spero di aver risposto in minima parte alle richieste. Volevo anche fare i complimenti per l'articolo uscito sulla rivista "Il Polipo" . Fintanto che ci saranno persone che sprecano il loro tempo per portare una informazione vera, non di parte, non soggettiva, in pasto alla popolazione, potremmo essere tranquilli che l'uomo non incorrererà mai nella sua estinzione.
Grazie infinite a tutti voi per l'opportunità che mi avete concesso: di non sentirmi mai solo.

Giampaolo.

Domande poste da lorenzo p., intervista realizzata grazie all'intermediazione del prof. Angelo De Nicola.





04/04/11

Giampaolo Giuliani a Scienze dell'Investigazione, 11 Maggio 2011, Prevenzione…un incontro

L’Aquila e il mondo hanno un filo comune, necessità di prevenzione che troppo spesso manca soprattutto in Italia rispetto al fenomeno terremoto. “E’ meno costoso fare quatto funerali che mettere in sicurezza l’intero territorio italiano”, questa la risposta data, ripetuta oggi più volte dallo scienziato, dal governo in risposta alla richiesta da parte di Giampaolo Giuliani di una cultura della prevenzione e della conoscenza, rispetto

Giampaolo Giuliani
al fenomeno terremoto. Critiche forti da parte dello stesso, verso i componenti di quella COMMISSIONE GRANDI RISCHI verbale_commissioni_grandi_rischi
che prima del sisma, 6 Aprile 2009, si riunì per fare il punto sulle scosse che agitavano da mesi il territorio aquilano e che di fatto: mise a tacere gli allarmi inviati dallo scienziato alla popolazione bollando come prive di fondamento e menzognere le supposizioni,(dimostrate scientificamente), che prevedevano una forte scossa proprio nel territorio aquilano in quel periodo. Il tecnico aquilano, vede nella denuncia presentata nei suoi confronti per ‘procurato allarme’, inviatagli quando cercava di avvertire le autorità locali di un’imminente sisma, il modo con cui zittirlo e fare fuori una sua richiesta di maggior prevenzione e consapevolezza del fenomeno; inoltre, chiede le immediate dimissioni di chi, quel 31 marzo 2009 (giorno della riunione commissioni grandi rischi) dichiarò che “la semplice osservazione di piccoli terremoti non costituisce fenomeno precursore” e ancora “improbabile che ci sia a breve una scossa…pur se non si può escludere in maniera assoluta” e di chi nel settembre 2010 affermò che “noi stiamo valutando di smettere di informare e di non rendere raggiungibili i nostri dati via web, perché vengono usati per arrivare a conclusioni che non stanno né in cielo né in terra”(LA RASSEGNA STAMPA CON TUTTE LE DICHIARAZIONI QUI). Egli (Enzo boschi presidente INGV), fece queste dichiarazioni sulla spinta delle dichiarazioni precedenti del capo della protezione civile Guido Bertolaso il quale disse “..basta con i profeti di sventura..”, e ancora Boschi “I principali responsabili di tutto questo sono i giornalisti e i politici, che hanno la responsabilità, in caso di terremoti, perché non controllano le strutture. E cercano di scaricare le responsabilità. Poi ci sono coloro che sono desiderosi di apparire e che trovano sempre qualcuno che voglia fargli fare uno scoop”. A rispondere a queste affermazioni fu anche il giornalista de “Il Centro” Giustino Parisse che perse due figli ed il padre nel sisma del 6 Aprile 2009. Egli, nelle colonne de ‘Il Centro’ scrisse: “Boschi arriva ad accusare addirittura i giornali in cerca di scoop. Boschi forse non sa che l'unico “scoop” che avrei voluto fare nella mia vita era salvare la vita dei miei figli e quella di centinaia di aquilani. Il primo aprile del 2009 avrei voluto fare un titolo a tutta pagina: "Aquilani, attenzione, il rischio è forte". E invece mi sono fidato di lei dottor Boschi e degli altri componenti della commissione Grandi rischi che il 31 marzo del 2009 avete liquidato la pratica in poco tempo”.
Giampaolo Giuliani si sofferma sulla necessità di una cultura della prevenzione e del rischio che troppo spesso manca in Italia. Avverte la platea affermando che gli ormai frequenti fenomeni sismici sono allo stesso tempo normali e molto preoccupanti e, quindi, le persone non devono fare il grave errore ( fatto dai cittadini aquilani e dai cittadini giornalisti aquilani) di prendere sotto gamba una situazione che come nel caso dell’Aquila si rivelò disastrosa. Le persone, afferma Giuliani, devono comprendere che è meglio dormire una settimana in macchina che durante periodi sismici in casa, conferma che al giorno d’oggi il cemento armato non può più essere un buon materiale di costruzione, perché dopo venti o trent’anni non potrà reggere al meglio le scosse e basa la sua attenzione sull’acciaio riferendosi alle ultime vicende giapponesi in cui si vedevano grattacieli oscillare senza cadere al suolo. E’ necessario che i cittadini italiani acquistino la cultura del kit di sopravvivenza nei periodi di maggiore intensità sismica.

I calcoli di Raffaele Bendandi prevedono un forte sisma a Roma
Giuliani, si sofferma sulla teoria di Raffaele Bendandi (GIAMPAOLO GIULIANI E RAFFAELE BENDANDI)descrivendo il suo lavoro incrociato tra la teoria di previsione dei terremoti, attraverso particolari allineamenti planetari e della luna e la sua teoria basata sulla possibilità di previsioni di terremoti attraverso lo studio delle variazioni di presenza di Radon nel sottosuolo terrestre. Ne deriva un lavoro in cui molte delle previsioni fatte da Bendandi, coincidono con quelle relative allo studio del Radon. Esistono tuttavia anche delle particolarità come, ad esempio, la data in cui Bendandi rilevò un possibile terremoto nelle zone di Roma, l’11 maggio 2011; ebbene, Giuliani afferma che studiando meglio i dati del carteggio, si comprende come la data sia sbagliata e debba essere riportata al 10 giugno 2011 in relazione ad un territorio che non si riconosce necessariamente in quello della zona romana, in quanto negli studi di Bendandi ci sono approssimazioni rispetto ai valori di longitudine e latitudine; per quanto riguarda il terremoto dello scorso 11 marzo che sconvolse e continua a sconvolgere il Giappone, Giuliani afferma che effettivamente i carteggi di Bendandi confermavano quella data. Oggi più che mai, c è bisogno di cultura della prevenzione e cultura del rischio. Il terremoto aquilano ha insegnato a molti abruzzesi che l’hanno vissuto direttamente ed indirettamente, che queste non sono argomentazioni fini a se stesse, ma rappresentano il modo più efficace per poter affrontare situazioni che con il passare del tempo saranno sempre più frequenti; per affrontare le situazioni, bisogna conoscerle, solo così potremo sopravvivere alla natura.

                                                                                                                       lorenzo p.

30/03/11

UN ARTICOLO SULL'ONDA DELL'EMOTIVITA'...FORUM, L'AQUILA ED I SUOI FRATELLI

Il racconto di una figurante: << A L’Aquila va tutto bene >>.Ed esplode l’indignazione tra la popolazione.




rita dalla chiesa e il tribunale di forum

Il caso è scoppiato sin da subito quando venerdì 25 marzo, durante la trasmissione “Forum” condotta su Canale Cinque da Rita Dalla Chiesa, è stato trattato il caso di una sedicente aquilana che citava in giudizio il marito, colpevole, a suo dire, di non volerla aiutare dal punto di vista finanziario a riaprire la sua attività di sartoria, interrotta e non più ripresa a seguito del sisma del 6 aprile 2009.
Sembrerebbe una storia vera, o almeno verosimile, di una donna volenterosa con un’attività che vuole riaprire i battenti dopo il terremoto; sennonché la signora Marina (questo il suo nome), parlando della situazione in città nella sua requisitoria, ha illustrato un contesto che è ben lungi dal rappresentare davvero la realtà cittadina che tutti gli aquilani vivono quotidianamente.

Frasi come "Tutte le attività hanno riaperto, manca solo la mia" o "Stanno ricostruendo, anzi dobbiamo ringraziare qualcuno, che non ci ha fatto mancare niente!", "I giovani sono andati via ma stanno ritornando" infine, "Io vorrei ringraziare, non so se posso…" ,"Il governo, certo" le viene in aiuto la Dalla Chiesa. Ma non è tutto: "Tutti hanno una casa coi giardini, i garage… L’Aquila sta tornando come prima...meno male che c’è stato questo Stato".
La reazione a queste parole è stata fulminea: già nella prima mattinata una telespettatrice aquilana, indispettita, ha contattato la redazione di TVUNO, emittente locale, esprimendo tutta la sua rabbia per le falsità e le mistificazioni raccontate dalla signora Marina.



la signora marina,finta terremotata
Non è si trattato, infatti, della rappresentazione artificiosa di un caso verosimile, né della reinterpretazione di una circostanza realmente accaduta e recitata per un pubblico, come avviene abitualmente nella trasmissione: ci si è trovati davanti ad una clamorosa distorsione dei fatti, piegati ad arte per rendere credibile una storia inserita in un contesto che invece è del tutto reale e fa capo ad una situazione, quella aquilana, che è stata clamorosamente alterata.
Chi avrebbe il coraggio di dichiarare che L’Aquila è ricostruita? Che i centri storici sono tornati al loro splendore, alla loro bellezza? Che tutti –tutti- gli abitanti della città sono tornati e hanno una casa? Che coloro che alloggiano ancora negli alberghi lo fanno "a spese dello Stato, mangiano, bevono e non pagano niente" perché non vogliono tornare? Che ormai "nessuno ha paura del terremoto"?
Bisogna constatare amaramente che non c’è da stupirsi di ciò, in un certo senso, se si ricorda la gestione mediatica di questo terremoto: sin dal settembre 2009 sulle tv nazionali e su gran parte dei quotidiani è passato il messaggio di un millantato “miracolo aquilano” preceduto, nei mesi estivi, da slogan come "Dalle tende alle case". E mentre il Paese, guardando le immagini delle new towns, credeva a una ricostruzione che tale non era, quegli aquilani (dalle amministrazioni ai cittadini stessi) che osavano illustrare al grande pubblico la reale situazione di una ricostruzione che stentava a partire, venivano tacciati di ingratitudine verso il governo e criticati per aver semplicemente denunciato tutto ciò che ancora doveva essere fatto.

È un caso che ciò sia avvenuto sulle reti Mediaset, facenti capo al Presidente del Consiglio e quindi al governo? È questa la circostanza adatta per parlare di propaganda, per ritenere quest’episodio l’ennesima prova di una campagna promozionale volta a riproporre ancora un (inesistente) miracolo aquilano per accrescere il consenso intorno al governo?

Certo è che la rabbia degli aquilani di fronte ad un ulteriore nonché fasullo dipinto della condizione della città è molto forte e l’enorme indignazione è accresciuta dal fatto che quest’increscioso episodio è accaduto a pochi giorni dal secondo anniversario del sisma del 6 Aprile 2009, che per tutti i cittadini è ancora un ricordo doloroso sul quale purtroppo, non si smette di speculare.

                                                                                                     Michela Del Zoppo